Stai organizzando un viaggio e tra le attività compare la visita a un santuario. Le fotografie mostrano animali immersi nel verde, il sito parla di salvataggio e conservazione e magari promette anche la possibilità di avvicinarsi, dar loro da mangiare o scattare una foto insieme.

Sembra tutto perfetto. Ma basta la parola “santuario” per sapere che gli animali vengono davvero rispettati?

Purtroppo no.

Lo stesso vale per parole come rescue centre, rifugio, bioparco o parco faunistico. Alcune descrivono strutture con funzioni molto diverse, altre possono essere soprattutto scelte di comunicazione. Prima di decidere se visitare o sostenere un luogo che ospita animali conviene quindi fare due cose: capire che tipo di struttura abbiamo davanti e guardare come vivono concretamente gli animali al suo interno.

Santuario, centro di recupero, zoo o bioparco: non sono la stessa cosa

Una parte della confusione nasce già dai nomi.

Uno zoo o giardino zoologico è una struttura permanente nella quale vengono ospitati animali selvatici ed esposti al pubblico. La normativa europea attribuisce oggi agli zoo anche compiti legati alla conservazione, alla ricerca e all’educazione, oltre a richiedere condizioni adeguate alle esigenze delle specie ospitate.

Un bioparco non è invece, almeno in Italia, una categoria completamente diversa dallo zoo. Il termine viene usato per indicare giardini zoologici che vogliono sottolineare un approccio più naturalistico o l’attenzione alla conservazione, ma la parola “bio” nel nome non costituisce di per sé una certificazione. Treccani, infatti, definisce il bioparco come una denominazione dei giardini zoologici.

Un centro di recupero segue invece un’altra logica. Accoglie animali selvatici feriti, debilitati, orfani o comunque in difficoltà, li cura e cerca, quando possibile, di riportarli in natura.

Il Centro Recupero Ricci La Ninna, nelle Langhe, rende molto concreta questa differenza. Il suo obiettivo dichiarato è curare i ricci selvatici e riportarli in libertà; gli individui con disabilità che rendono impossibile una vita autonoma possono invece rimanere assistiti.

Per un centro di recupero, quindi, il miglior risultato può essere avere un animale in meno, perché significa che è tornato libero.

Un santuario, o rifugio permanente, nasce soprattutto per animali che hanno bisogno di un luogo sicuro in cui vivere e che spesso non potranno più essere reintrodotti. Può trattarsi di animali selvatici provenienti dalla cattività, ma anche di cavalli o animali salvati da allevamenti e altre situazioni di sfruttamento. Tra i criteri utilizzati dalla Global Federation of Animal Sanctuaries rientrano l’assenza di commercio degli animali, il divieto di riproduzione intenzionale salvo particolari programmi finalizzati al rilascio e visite organizzate senza compromettere il benessere degli ospiti.

Il Bear Refuge Kuterevo, in Croazia, è un esempio: ospita orsi rimasti orfani o provenienti da cattività che, ormai abituati alla presenza umana, non potrebbero essere lasciati liberi nel bosco.

La differenza principale può quindi essere riassunta così: un centro di recupero cerca, quando possibile, di restituire l’animale alla libertà; un santuario offre una casa agli animali che non possono tornarci.

I confini non sono sempre perfetti. Un animale arrivato in un centro di recupero può risultare non più liberabile e avere bisogno di cure permanenti. Ma conoscere la funzione principale della struttura ci permette già di fare domande molto più sensate.

Chiamarsi “santuario” non basta

Sanctuary è una parola rassicurante. Non è però una garanzia.

La stessa Global Federation of Animal Sanctuaries parte dal problema che, nel mondo, moltissime strutture si definiscono sanctuary o rescue anche quando qualità delle cure e politiche interne sono molto diverse.

Il caso forse più famoso è il Tiger Temple, in Thailandia. Per anni è stato una grande attrazione turistica nella quale era possibile fotografarsi con le tigri. La struttura si presentava come santuario per la fauna selvatica. Nel 2016 le autorità thailandesi hanno rimosso 137 tigri e sequestrarono cuccioli, pelli e altri derivati; 22 persone furono accusate di reati collegati al traffico e alla detenzione illegale di fauna selvatica. Il caso è stato documentato anche dalla Convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate.

Non significa che dobbiamo sospettare di qualsiasi santuario incontriamo. Significa piuttosto che il nome deve essere l’inizio della ricerca, non la sua conclusione.

Cosa dovrebbe distinguere un santuario davvero orientato agli animali?

Possiamo partire dalla provenienza degli ospiti.

Sono stati sequestrati, abbandonati, ceduti perché non più gestibili o recuperati da situazioni di sfruttamento? Oppure la struttura acquista regolarmente nuovi animali per ampliare ciò che può mostrare ai visitatori?

Anche la riproduzione dice molto. Un vero santuario non ha motivo di produrre nuove generazioni di animali da mantenere in cattività. Gli standard internazionali più utilizzati per queste strutture prevedono infatti l’assenza di riproduzione intenzionale, salvo casi particolari legati a programmi reali di conservazione e rilascio.

Poi c’è una domanda ancora più semplice: come stanno gli animali che vivono lì?

Un prato grande e qualche albero possono fare una bellissima impressione in fotografia, ma i metri quadrati raccontano soltanto una parte della storia.

Una specie sociale può vivere con altri individui compatibili? Un animale notturno può riposare indisturbato durante il giorno? Una specie che in natura trascorrerebbe ore cercando il cibo ha la possibilità di continuare a esplorare e cercarlo, oppure trova sempre una ciotola nello stesso punto?

Sono domande che arrivano dall’etologia, cioè dallo studio del comportamento animale.

Cosa significa “arricchimento ambientale”?

È una parola che potresti trovare sul sito di uno zoo o di un santuario, ma non significa mettere qualche gioco nel recinto.

L’arricchimento ambientale comprende strutture, odori, cibo nascosto e altri stimoli progettati per incoraggiare l’animale a esplorare, cercare, risolvere piccoli problemi o compiere comportamenti importanti per la propria specie.

Per un predatore potrebbe significare dover cercare il cibo. Per un primate, manipolare oggetti o risolvere problemi. Per altre specie può essere importante scavare, arrampicarsi, nascondersi o interagire con i propri simili.

Anche qui non basta fotografare un tronco, una corda o una grande palla colorata. La domanda è se quello spazio e quegli stimoli permettano proprio a quella specie di utilizzare capacità e comportamenti che altrimenti perderebbe.

Possiamo capire se un animale sta male semplicemente guardandolo?

Qualche indizio esiste, ma bisogna resistere alla tentazione di fare una diagnosi dopo cinque minuti davanti a un recinto.

Comportamenti ripetitivi come percorrere continuamente la stessa traiettoria, dondolare o ripetere incessantemente lo stesso movimento possono essere un campanello d’allarme. Sono le cosiddette stereotipie, che possono essere associate a stress, frustrazione o a condizioni ambientali inadeguate.

Ma non sono una prova automatica.

Un comportamento può avere una storia precedente o un significato che un visitatore occasionale non è in grado di ricostruire.

È un buon promemoria anche per noi: osservare criticamente non significa arrivare a una sentenza.

Chi viene prima: l’animale o il visitatore?

Forse è la domanda più semplice da portarci dietro durante una visita.

Un veterinario che tocca un animale per curarlo, un volontario formato che deve pesarlo e un turista che prende un cucciolo in braccio per una fotografia stanno tutti interagendo fisicamente con un animale. Ma il motivo è diverso.

Possiamo allora chiederci: chi trae beneficio da quell’interazione?

Se serve per curare l’animale, controllarne le condizioni o prepararlo al ritorno in natura, il contatto può essere necessario. Se invece avviene perché rende l’esperienza più emozionante e vendibile, è ragionevole approfondire.

Lo stesso vale per la presenza del pubblico. Un animale dovrebbe poter decidere di allontanarsi, trovare un’area tranquilla o passare parte della giornata senza essere osservato. Gli stessi standard per l’accreditamento dei santuari richiedono visite che minimizzino l’impatto sugli animali e permettano loro di cercare privacy e tranquillità.

A volte vedere meno è proprio un buon segno.

Gli elefanti mostrano bene come cambiano le nostre idee sul turismo etico

Per anni evitare le passeggiate sul dorso degli elefanti e scegliere invece attività come alimentarli o lavarli insieme ai turisti è sembrato un grande passo avanti.

Oggi anche queste esperienze vengono rivalutate.

Le linee guida rivolte al settore turistico considerano non accettabili il riding, il bagno con gli elefanti, gli spettacoli e il contatto o l’alimentazione senza una barriera. L’alternativa proposta è soprattutto osservarli a distanza, lasciando loro quanto più possibile libertà di movimento e accesso a un ambiente adatto.

È un tema presente anche nei viaggi Green World in Thailandia, dove le esperienze con gli elefanti vengono impostate sull’osservazione senza riding, spettacoli o bagni con i visitatori.

Questo esempio racconta bene qualcosa di più generale: il turismo responsabile non è una lista di regole immutabili. Le pratiche possono cambiare quando aumentano le conoscenze sul comportamento e sul benessere animale.

E se invece siamo davanti a uno zoo o a un bioparco?

In un santuario la riproduzione intenzionale è normalmente un segnale problematico. In uno zoo, invece, può rientrare in programmi coordinati per mantenere popolazioni geneticamente gestite e, in alcuni casi, contribuire alla conservazione o alla reintroduzione.

Anche la parola conservazione, però, merita di essere verificata.

Possiamo cercare quali programmi vengono svolti, con quali specie, quali partner partecipano, se esistono attività di ricerca o progetti sul campo e che cosa viene fatto oltre ai pannelli informativi.

Un’informazione utile per zoo e acquari europei è l’appartenenza a EAZA, l’associazione europea che utilizza un sistema di accreditamento e controlla standard relativi a cura degli animali, conservazione, educazione, ricerca ed etica. Dal 2025 i membri esistenti partecipano anche a un ciclo di riaccreditamento ogni cinque anni.

Ma neppure questa appartenenza è una risposta automatica alla domanda “questa struttura è etica?”. È un elemento informativo in più. Continuano a contare la gestione delle singole specie, gli spazi, le interazioni con il pubblico e ciò che viene concretamente fatto in nome della conservazione.

Otto domande da fare prima di prenotare

Non possiamo conoscere davvero una struttura in dieci minuti passati sul suo sito. Possiamo però capire se quello che troviamo ci convince oppure se è il caso di approfondire.

  1. Da dove arrivano gli animali? Sono stati recuperati, sequestrati, abbandonati oppure acquistati?
  2. Vengono fatti riprodurre? Per quale motivo? In un santuario nuovi cuccioli continui meritano una spiegazione; in uno zoo può invece esistere un programma di conservazione da verificare.
  3. Che cosa succede agli animali nel tempo? Rimangono nella struttura, vengono liberati, trasferiti o venduti?
  4. Possono sottrarsi ai visitatori? Dovrebbero avere zone tranquille nelle quali riposare o semplicemente non farsi vedere.
  5. Sono previsti selfie, spettacoli, riding, bagni o contatti ravvicinati? Con gli animali selvatici sono attività da valutare con particolare cautela.
  6. Gli spazi rispondono alle esigenze di quella specie? Un recinto grande non basta se non permette di arrampicarsi, scavare, socializzare, nascondersi o cercare il cibo quando questi comportamenti sono importanti.
  7. Chi si occupa degli animali e cosa viene fatto per il loro benessere? Cure veterinarie, personale preparato e programmi di arricchimento contano più di una bella dichiarazione d’intenti.
  8. Il sito racconta più gli animali o le esperienze da acquistare? Se troviamo immediatamente prezzi, fotografie e attività ma quasi nulla sulla provenienza e sulla gestione degli ospiti, abbiamo già un buon motivo per continuare a cercare.

Nessuna di queste domande, presa da sola, assegna un bollino “etico” o “non etico”. Insieme, però, ci aiutano a capire per chi è stata realmente costruita quella struttura.

A volte la distanza è parte dell’esperienza

Visitare un luogo che accoglie animali può essere un’occasione bellissima per conoscerli meglio e sostenere chi se ne prende cura. Non deve necessariamente significare accarezzarli, alimentarli o tornare a casa con una fotografia a pochi centimetri dal loro muso.

Un centro di recupero può tenerci lontani perché sta preparando gli animali al ritorno alla libertà. Un santuario può consentire visite mantenendo aree nelle quali gli ospiti possono ritirarsi. Un’attività di osservazione della fauna selvatica può chiedere a noi di stare immobili e in silenzio, invece di chiedere all’animale di avvicinarsi.

Green World ha incontrato durante i propri viaggi rifugi, santuari, associazioni e centri di recupero, sostenendone diversi attraverso visite, attività e donazioni. Durante il Sea Turtle Adventure, per esempio, il gruppo ha visitato un centro in cui le tartarughe marine vengono curate e riabilitate prima, quando possibile, di tornare in mare.

Forse la domanda più utile da portarci dietro quando incontriamo la prossima insegna con scritto sanctuary è proprio questa: siamo noi ad adattarci agli animali, o sono gli animali a doversi adattare all’esperienza che abbiamo comprato?

Per continuare ad approfondire

Per chi vuole capire meglio comportamento e benessere animale, turismo con la fauna selvatica e dibattito su zoo e conservazione, un profilo interessante da seguire è quello dell’etologa Chiara Grasso, @chiaragrasso_etologa: etologa, presidente di Eticoscienza e si occupa professionalmente anche di turismo sostenibile e rapporto tra persone e fauna selvatica.